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    IL CARCERE E IL CASTELLO DI CAMPAGNA – Scacco del desiderio e desiderio di salvezza nel Franz Kafka di Walter Benjamin

    1. Metamorfosi e scacco

    Mio padre pretende aspirina ed affetto / e inciampa nella sua autorità, / affida a  una vestaglia il suo ultimo ruolo / ma lui esplode dopo, prima il suo decoro[1].                                                                                                                          

    1.1. Innalzamento, decadenza, scatto

                  Nella Russia del XVIII secolo, scrive Walter Benjamin, un aneddoto sembra precorrere come una staffetta l’opera di Franz Kafka ed addensarne nei suoi tratti essenziali l’enigma.     

               L’episodio in questione si svolge alla corte dell’imperatrice Caterina, tra gli uffici e le camere del palazzo ministeriale ed ha come protagonisti il cancelliere Potemkin ed il «piccolo, insignificante scrivano Šuvalkin»[2].  Durante la più lunga delle sue frequenti depressioni Potemkin si era ancora una volta chiuso nella sua camera, proibendone l’accesso a chicchessia, creando in tal modo seri inconvenienti alla burocrazia di palazzo. Numerosi atti si accumulavano infatti negli uffici ed era impossibile sbrigarli senza la firma del cancelliere. Gli alti funzionari erano letteralmente disperati.      

    L’UMANO E IL PARANOICO – (Ana)metamorfosi del paradosso della paura

    1. Confini di fine millennio. Tratti genealogici di una metamorfosi.

     

    Pensando al 38°  parallelo in Corea,  al muro di Berlino piuttosto che al 17° parallelo in Vietnam, il linguaggio comune, come quello della teoresi, non esita a definire linee e demarcazioni che hanno valenza simbolica di baluardo. Divisioni di assestamento e di equilibrio, una simmetria di accordo tra gli antagonisti per valutare e gestire i loro rispettivi territori, nell’era del ‘bipolarismo’, della divisione del mondo rigorosa e geometrica. In questo ‘ordine del discorso’, tanto immediato ed istintivamente sentito dal punto di vista individuale, quanto corroborato da analisi teoriche e  da retoriche politiche, il 1989 segna certamente una cesura. La quale simbolizza e dà corso all’articolazione di un differente ‘ordine’ di sapere, intessuto dal pensiero della ‘crisi’, della dissoluzione, della fine, nella duplice percezione del ‘sollievo’e dello spaesamento.