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    G. Tucci, La via dello Swat, Milano 1996*

    copertina

     

     

     “In poche ore si raggiunge da Roma Caraci; chi parte da Caraci alla mattina arriva a Pesciavar all’una e da Pesciavar allo Swat sono appena tre o quattro ore di macchina. Tutto questo oggi è agevole e breve; ma certo non lo era ai tempi di Alessandro che vi pervenne dopo avere attraversato tutto l’Iran e l’Afghanistan”[1].

    Questo libro è il resoconto d’un viaggio, d’una spedizione archeologica, là dove l’oriente e l’occidente s’incontrarono e ne nacque l’arte del Gandhara, “nella quale le litografie buddistiche si espressero nel linguaggio narrativo del mondo classico”[2]

    “Quest’arte si chiamava gandharica o indo-greca o indo-romana, non è nata per generazione spontanea; è l’effetto di un incontro fra gli ideali artistici del mondo ellenistico, come sopravviveva nelle province orientali dell’impero romano e della spiritualità buddistica”[3] (Figg. 1, 2).

    “L’Ellenismo appare in quest’arte non soltanto con l’immagine di Buddha o di Vajrapani rappresentati in termini occidentali: Apollo, il filosofo, Ercole, ma con i putti che sorreggono ghirlande di fiori, con scene di simposi, con la morbidezza di paludamenti, i Dioscuri armati di lancia …”[4].

    L’autore non manca di soffermarsi ad osservare e descrivere le popolazioni locali, l’incontro con le quali stimola riflessioni anche sull’occidente.

    “Ogni Khan ha la propria guardia del corpo, armata di tutto punto. Nel cortile adagiati contro le pareti, i fucili sono a portata di mano. Si vede che sono di buona razza di conquistatori (…) derivano da un’aristocrazia feudale e guerriera che per un puntiglio d’onore non esitava ad uccidere o a morire. Questo spirito guerriero non s’è spento: in un certo senso, alita ancora sulla società dello Swat; i vecchi hanno preso parte a tante battaglie, hanno nell’aspetto e nei modi l’impronta di quel passato(Fig. 3); secoli di vita non si cancellano d’un tratto; sono i superstiti di clan militari circondati e protetti dalle proprie clientele o amicizie, che ancora covano rancori duri a morire.

    L’ospitalità è perciò un dovere connaturato ed il segno (…) di buona educazione e di prestigio; forse anche un avvertimento. Nella vita non c’è scelta: o si è amici o nemici. Che poi è la strada dei forti; non quella falsa cortesia che in Europa tutti avvolge come in un sudario, un conformismo senza schiettezza e senza reciproca fiducia, nella quale i rapporti si rarefanno per liquefarsi in un calderone di menzogne”[5]

    “le donne non si vedono; se ne stanno nella parte della casa a loro riservata (…). Neppure nelle strade se ne incontrano molte che vadano a faccia scoperta; la religione o piuttosto la consuetudine le obbliga a nascondersi sotto le ampie cappe bianche che celano, con una specie di cappuccio anche la testa; soltanto attraverso la reticella che scende sul davanti si vede brillare il fuoco degli occhi. A vedere in giro tutti quegli uomini, niente altro che uomini, viene un po’ di noia; una città senza donne a me pare un giardino senza fiori (..)”[6].

    Emergono la tempra, l’animo del grande studioso, il quale afferma di sentirsi a suo agio, compiendo certi viaggi, non solo perché ciò è connesso con la sua professione, ma perché: “essi rappresentano un’evasione dalla barbarie mascherata e conformista in cui di giorno in giorno precipita la vita, tutta uguale, malgrado l’apparente diversità di superficie; un affondarsi nella massa o un diluirsi nel comune, senza speranza di quella libertà dogliosa ed enigmatica nella quale l’uomo si ritrova solo con la propria luce od il proprio buio”[7], allora destorificato il presente, facendosi kairòs, trovandosi in certi angoli di solitudine, “ove non si vedeva che cielo e verde e correva per l’aria una musica fatta di mormorii e melodie misteriose” non ci si sente contemplanti, “cioè fuori di quell’armonia, ma tutt’uno con lei, una sua parte necessaria e mi pareva d’essere albero od insetto[8] (…), ma quando la voce dell’uomo giungeva per caso da lontano, l’incanto era rotto, perché l’uomo è uscito fuori da questa unità primordiale e da quello stupore. Figliuol prodigo o demiurgo?”[9]

    Fu forse l’essere capace di così alto sentire che spinse Tucci ad abbandonare i suoi giovanili studi d’archeologia, della quale non sopportava: “quell’arido e stuccoso filologismo nel quale l’archeologia, quando frequentavo l’università, mi sembrava prigioniera, così perduta nei particolari, che qualche volta erano addirittura quisquilie, mentre m’ero immaginato che essa dovesse fornire i mezzi alla fantasia per risuscitare (…) la vita delle cose dei tempi passati”[10]

    L’animo dello studioso si apre al lettore, mostrandosi come un campo di battaglia ove si scontrano rigore scientifico e curiosità, quest’ultima: “vorrebbe d’un tratto leggere nello sconvolto libro del passato, che è sempre lo scavo; ma la pazienza la contiene, la disciplina, la costringe a salire, gradino dopo gradino, per evitare salti fascinosi e caduchi”[11]

     

    Giuseppe Tucci (Macerata 1894-Roma 1984) è stato docente di filosofia e religione dell’Asia centrale e orientale, indologo e sinologo di fama mondiale, fu a capo di numerose esplorazioni nel Tibet e nel Nepal, scoprendo documenti che hanno aperto nuovi orizzonti agli studi asiatici.

     

     

                                                                                      Filippo Venturini

     

     

    *Il libro è, probabilmente, di difficile reperibilità nelle librerie, più facile potrebbe essere trovarlo su qualche bancarella o nelle biblioteche: www.sbn.it

     

     

     

     


    [1] p. 15.

    [2] pp. 15-16.

    [3] p. 69.

    [4] p. 71.

    [5] p. 51.

    [6] pp.40-41.

    [7] p. 45.

    [8] “…e già mi par che sciolte

    giacciano le membra mie, né spirto o senso

    Più le commuova e lor’ quiete antica

    Co’ silenzi del loco si confonda”.

    Da G. Leopardi, Vita solitaria.. Quando soggetto e oggetto si confondono, assorbendosi a vicenda, si verifica quella che potremmo definire “esperienza metafisica”, cioè il confondersi dell’io con l’essere. E. Zolla, Archetipi, Venezia 2002, p. 7.

    [9] pp. 35-36.

    [10] p. 18.

    [11] p.62.

     

    Fig. 1: Cirene: monumento funerario (in alto); Monastero di Panr: resti di stupa (in basso)

    Fig. 1: Cirene: monumento funerario (in alto); Monastero di Panr: resti di stupa (in basso)Fig. 2: Epidauro: tholos capitello corinzio (a sinistra); area sacra di Butkara: capitello corinzio nella base d’uno stupa (a destra).

     

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