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    Interventi sillani nell’ager Gallicus

    La guerra civile tra Mario e Silla

     

         Gli anni seguenti [dopo la conclusione del bellum sociale] continuavano ad essere instabili: questa volta fu la guerra civile tra Mario e Silla ad agitare la situazione; la fazione mariana detenne il potere dall’88 all’83 a.C. ed impose al consolato per l’86 a.C. lo stesso Mario e Cinna, il quale, dopo la morte dell’homo novus di Arpino, si fece rinnovare i consolati dell’85 e dell’84 a.C. senza convocare i comizi e quindi in modo illegale. Nell’ultimo anno di consolato Cinna, mentre si preparava a compiere una spedizione in Oriente ufficialmente non contro Silla ma contro Mitridate, fu ucciso ad Ancona dai suoi stessi soldati (de vir. ill., 69, 4). La città dorica fu scelta come luogo di preparazione e punto di partenza per la traversata grazie soprattutto agli ottimi collegamenti con Roma ed alla sua complessa viabilità: infatti il porto era collegato a nord con la via Flaminia, a sud con la via Salaria,  e in più con altri diverticoli, che fungevano da scorciatoie e che mettevano in collegamento Ancona con le vallate interne e gli Appennini.

         Quando nella primavera dell’83 a.C. Silla sbarcò a Brindisi, al ritorno dalla guerra contro Mitridate, le trattative da lui intavolate con il Senato di Roma fallirono. Ancora una volta si riacutizzò la ferita della guerra civile, i cui capi fazione questa volta erano lo stesso Silla e Carbone.

    In quel periodo Pompeo, allora ventitreenne, si tratteneva nel Piceno, perché aveva delle proprietà e perché si compiaceva delle relazioni amichevoli che quelle città avevano verso di lui e la sua famiglia (Plut., Pomp., 6). La rete di clientele creata da Strabone pochi anni prima era così fitta che Velleio, parlando del Piceno all’epoca del figlio, lo definisce totus paternis eius clientelis refertus (Vell., II 29, 1).

         In quegli anni Pompeo aveva anche preso visione delle terre di sua proprietà, confiscate dal padre ai ribelli durante la guerra sociale in quantità tale da fare della gens Pompeia una delle più grandi proprietarie terriere nella regione (sulla figura di Pompeo in relazione al Piceno ed ai suoi abitanti v. in generale Borgognoni 2002, dove emerge anche la netta distinzione tra le sue clientele “cittadine”, che da vari elementi risultano concentrate nella parte settentrionale della regione, rimasta fedele a Roma durante il bellum sociale, i cui capisaldi erano Auximum, Firmum, Cingulum, Cupra Marittima, e le clientele dislocate nelle campagne, concentrate nel territorio di Asculum che aveva partecipato alla ribellione: queste clientele vennero senza dubbio incrementate da coloro che lavoravano nelle nuove proprietà terriere dei Pompeii). Inoltre verosimilmente si preoccupò di rafforzare i rapporti clientelari ereditati dal padre soprattutto con i ceti dirigenti locali. Questi ultimi erano a loro volta patroni locali con un proprio seguito clientelare e dunque è logico supporre che il controllo di Pompeo sugli abitanti del Piceno attraversasse trasversalmente le varie classi sociali, dalle più abbienti alle più basse, creando un consenso quasi totale. Naturalmente saranno stati presenti personaggi che per vari motivi erano contrari a Pompeo e l’episodio dei Ventidii sta lì a dimostrarlo. Questa la situazione allo scoppio della guerra civile; Pompeo per ottenere un’adesione completa fece erigere un tribunal nella piazza principale di Auximum e fece cacciare dalla città i due fratelli Ventidii (sulla gens Ventidia v. Frulla 1997; Borgognoni 2002), esponenti della classe dirigente locale, i quali si erano schierati dalla parte di Carbone. Dopo essersi autoproclamato strategòs arruolò dei soldati e recatosi nelle città dei dintorni fece altrettanto, finché riuscì a mettere insieme tre legioni, un chiaro segnale della raggiunta dunasteìa idìa (Cass. Dio, XXXIV fr. 107, 1) all’interno del Piceno; con queste si recò da Silla (Plut., Pomp., 6, 5). Auximum rimase dunque per vari anni una roccaforte dei Pompeii, prima di Strabone  poi del figlio, in onore del quale venne eretta una statua onoraria fra il marzo del 52 ed il gennaio del 49 a.C. (CIL I 2 769 = IX 5837 e p. 948; ILLRP 382, Imagines 164; Paci 1987: [Cn. P]ompeio Cn. [f. / Ma]gno imp. cos. ter./ [pa]trono publice).

         Anche Velleio rammenta i preparativi di Pompeo nel Piceno in un passo che si segnala per l’incertezza del riferimento alla città di Firmum, forse indicata come luogo di raccolta del suo esercito privato: …firmum (opp. Firmum) ex agro Piceno…contraxit exercitum. La questione è dibattuta: le edizioni di C. Stegmann de Pritzwald ( Lipsiae 1933 = Stutgardiae 1968) e J. Hellegouarc’h ( Paris 1982) propongono la lettura Firmum; mentre C. Halm ( Lipsiae 1876), R. Ellis ( Oxford 1898), F. Portalupi (Torino 1967) propendono per firmum (Polverini 1987).

         Durante la marcia l’esercito fu attaccato da tre generali romani che tentavano di accerchiarlo; Pompeo si pose alla testa della cavalleria e vanificò il tentativo, portando lo scompiglio nella fanteria nemica, volta in fuga. Successivamente gli mosse contro il console Lucio Cornelio Scipione Asiatico, ma prima dello scontro gli uomini di quest’ultimo andarono a incrementare le truppe pompeiane, mentre il console fuggiva. Infine ci fu uno scontro presso il fiume Esino dove il figlio di Strabone riuscì ad avere la meglio su numerosi squadroni di cavalleria lanciatigli contro da Carbone (Plut., Pomp., 7). Nell’anno successivo, l’82 a.C., la valle dell’Esino fu nuovamente teatro di scontri bellici (Gabba 1967): il generale filosillano Quinto Cecilio Metello sconfisse Carrina, un luogotenente di Carbone, il quale dovette ritirarsi verso Ariminum, mentre molti dei suoi defezionarono e passarono dalla parte di Metello (App., b.c., I 87). In seguito a questi fatti Pompeo prima riportò una vittoria su un altro legatus di Carbone, C. Marcius Censorinus, nei pressi di Sena Gallica, e subito dopo assediò la città stessa, rea di aver sostenuto la parte avversa (ibid., I 88) e, una volta presala, la saccheggiò. Questi gli ultimi eventi che interessarono direttamente l’area medioadriatica durante la guerra civile.

     

    Interventi sillani nell’ager Gallicus

     

         Appiano ricorda i violenti scontri avvenuti tra Ariminum ed il fiume Aesis, un’area per lo più schierata apertamente con i mariani, come lascia intendere l’episodio dell’assedio di Sena Gallica e il ruolo di roccaforte mariana ricoperto da Ariminum (Bandelli 1998). Dopo aver conseguito la vittoria nella guerra civile, Silla, durante il periodo della dittatura costituente ( 82/81 a.C.; Badian 1962; 1970. Contra: Gruen 1968, che pensa al 79 a.C.), dette il via ad una serie di provvedimenti punitivi contro gli avversari e ad un piano di ricompense per le truppe fedeli. In questo programma si inserisce l’abbattimento delle mura e delle rocche delle città nemiche (App. b.c., I 483; Plut., Sull., 33, 2; questa sorte toccò ad Ariminum e molto probabilmente a Sena Gallica. Su Ariminum v. Ortalli 1995) e la confisca delle terre dei Mariani, come già aveva fatto prima di lui Pompeo Strabone nei confronti dei ribelli. Per quanto riguarda le ricompense, Silla seppe premiare i suoi in diversi modi (Sall., Iug., 95-96): un numero limitato, che apparteneva all’ufficialità del suo esercito, entrò a far parte del Senato. È il caso di Gaio Sornazio Barba, il cui ingresso al Senato potrebbe essere stato favorito dal suo patronus, Marco Terenzio Varrone Lucullo, un ufficiale dell’esercito sillano (Syme 1964; Borgognoni 2002). Molti soldati si arricchirono grazie alle confische ed alle proscrizioni; altri ricevettero appezzamenti di terreno a seguito di deduzioni coloniarie o di assegnazioni viritane. Dalla ubicazione di queste si può arguire che il fine di Silla era di inserirle nelle zone dove maggiore era stata la resistenza mariana durante la guerra civile, in modo da assolvere a funzioni di controllo delle aree a lui ostili (App., b.c., I 96 parla di colonie come phroùria; Gabba 1972; 1973). Per questo motivo nell’ager Picenus non vi furono né deduzioni, né assegnazioni viritane, a parte il caso assai dubbio di Cupra Maritima (Paci 1993). Infatti Pompeo aveva già provveduto ad eliminare l’opposizione prima dello scoppio della guerra civile. Oltre a ciò è da credere che Silla si sia astenuto dall’alterare gli equilibri clientelari che si erano creati tra la maggioranza della popolazione del Piceno e lo stesso Pompeo, con l’immissione di veterani provenienti dal suo esercito, una mossa che poteva non essere gradita agli occhi dello stesso Pompeo.

         Del resto Silla non voleva certo osteggiare un comandante ed il suo esercito, cui più di una volta aveva espresso la propria ammirazione, come testimoniano alcuni episodi narrati dalle fonti: dopo gli eventi bellici dell’83 a.C. che avevano avuto Pompeo come protagonista, i due generali si incontrarono per la prima volta e Silla, quando vide avvicinarsi l’esercito pompeiano, che, per ordine del suo generale, era stato equipaggiato e preparato in modo da apparire in splendido stato, rimase ammirato per la fama delle imprese compiute e per l’organizzazione che aveva; allora smontò da cavallo e a Pompeo, che lo salutava con il titolo di imperator, rivolse lo stesso appellativo (Plut., Pomp., 8, 1-3; id., Crassus, 6, 4-5 ; Val. Max., V 2, 9. Paribeni 1942; Van Ooteghem 1954; Gelzer 1963; Keaveney 1982). Anche in altre occasioni Silla mostrava rispetto e benevolenza nei confronti di Pompeo: si alzava e si scostava il mantello dal capo, cosa che difficilmente faceva per un altro, quando il giovane si avvicinava (Plut., Pomp., 8, 4; Cic., Phil., V 43 ; Sall., Hist., V 20 Maur.; App., b.c. I 367). E quando Pompeo ritornò a Utica al termine della spedizione in Africa, gli venne portato un messaggio di Silla che gli ordinava di congedare l’esercito, rimanendo con una sola legione ad aspettare il generale che avrebbe dovuto sostituirlo. Il giovane generale mal sopportò l’ordine ricevuto, ma si preparava ad eseguirlo; l’esercito invece si oppose al comando e disse che sarebbe rimasto con Pompeo. Quando il dittatore seppe questi fatti gli andò incontro e lo salutò con l’appellativo di Magno. Ma Pompeo non si accontentò di questo onore e chiese il trionfo. Silla in un primo momento rifiutò, visto che per legge il trionfo poteva essere concesso solo ad un console o ad un pretore; poi, colpito dall’audacia e dalla determinazione del giovane comandante, sostenuta anche dai suoi fedeli soldati, glielo concesse (Plut., Pomp., 13-14; Liv., Per., LXXXIX ; App., b.c., I 80 ; ibid., I 92; Oros., V 21, 11-14; Eutr., V 8, 2; ibid., V 9, 1; Plin., Nat. Hist., VIII 4; Paribeni 1942; Van Ooteghem 1954). 

         In definitiva si può affermare che le deduzioni coloniarie e le distribuzioni di terre ai veterani sillani non interessarono l’ager Picenus. Non altrettanto si può dire per l’ager Gallicus.

         Come si è visto, ci furono aspri combattimenti in questa regione, che si era schierata apertamente con il partito mariano; dalle considerazioni fatte in precedenza sembra logico supporre che Silla, al termine della guerra, abbia provveduto a distribuire ai propri veterani le terre espropriate alla fazione avversa con finalità di controllo diretto della popolazione locale. Un importante tassello per una simile ricostruzione dei fatti potrebbe essere il già menzionato cippo graccano che ricorda l’intervento di recupero di ager publicus da parte di Marco Terenzio Varrone Lucullo nella valle del Metauro forse proprio per sistemare i veterani alla fine dell’82  o nell’81 a.C., una tesi già prospettata dal Mommsen (CIL I 583, p. 167; Munzer 1926; Càssola 1991. Contra: ILLPR n. 474; Prete 1983, che datano il cippo agli anni 75 o 74 a.C.).

         A questa motivazione primaria di carattere strategico-politico imposta dal generale vincitore, credo se ne possa aggiungere un’altra, la cui spiegazione va cercata nella dimensione prettamente “umana” del dittatore Silla. Dalla biografia plutarchea risulta chiaro che egli attribuiva i propri successi alla Fortuna (Plut., Sull., 6,7; 19, 9; 34, 3), nella quale confidava più che nella virtus (6, 9; 34, 6). Il tema della Fortuna ricorre in tutta la biografia, tanto che qualcuno vi ha visto il leitmotiv che pare scandire i vari momenti della carriera del dictator (Plutarco. Le vite di Lisandro e Silla 1997). Egli stesso si diceva figlio della Fortuna, come l’Edipo di Sofocle (Plut., Mor., 318 D: †g8 d fmaut/n palda thV TUchV nFmw) e, d’altro canto, anche i suoi avversari, durante la guerra sociale lo consideravano un condottiero eutuchéstatos (6, 4). E fortunato Silla lo fu per tutta la vita; soprattutto in ambito militare: ogni scontro si risolveva in una sua vittoria; di lui non si registrano sconfitte. Ce n’era abbastanza per far credere ai suoi soldati e agli avversari che godeva di una particolare protezione da parte della divinità. Plutarco sottolinea il fatto che Silla accettava con piacere di essere visto come un uomo particolarmente fortunato, anzi egli stesso concorreva ad accrescere questa fama ed a legare le proprie imprese alla Fortuna, contribuendo in tal modo ad ingrandirle e a rafforzare con una sorta di diritto divino il proprio potere (Carcopino 1931 = Carcopino 1979 ; Gabba 1957; Laffi 1967; sulla Fortuna come dea v. Valgiglio 1956); del resto, come ogni divinità del mondo antico ( v. ad es. Hom., Il., II vv. 1-83) anche la Fortuna comunica con Silla per mezzo di sogni ( Plut., Sull., 6, 8; 9, 6; 28, 6; 37, 2; App., b.c., I 97; I 105) e di profezie ( Plut., Sull., 5, 9; 17, 2-3; 27, 11). Proprio da questo legame particolare con la divinità la Lanzani non aveva dubbi “a definire Silla un mistico”(Lanzani 1936); contra: Kajanto 1981: “he simply believed to be always attended by good luck, felicitas”. (Per il culto e  gli attributi della Fortuna, ascrivibili alla sfera erotica e sessuale, che la collegano all’Afrodite orientale e greca, dal cui legame si svilupperà in età medio repubblicana il nuovo culto di Venere, v. Coarelli 1988). A questa osservazione lo storico di Cheronea aggiunge un particolare significativo: non si sapeva se faceva questo per vanteria o perché credeva veramente nel potere divino (6, 7). Difficile dare una risposta. Comunque questo è argomento che qui interessa solo marginalmente.

         Ciò che preme ora sottolineare è che per Silla era più importante “apparire” fortunato, egli cioè voleva presentarsi sempre e comunque come il favorito della Fortuna (Desideri 1992). Questo motivo “interessato” della protezione divina (Gabba 1957; Gabba 1973) derivava dalla propaganda sillana e ricorreva costantemente nei suoi upomnèmata, cui Plutarco attinge più di una volta (per i passi in questione v. Balsdon 1951; Valgiglio 1956; Laffi 1967). Il fatto che tali prodigi fossero registrati nei Commentarii rerum gestarum sillani più che una  prova della loro attendibilità storica (Valgiglio 1956), è indicativo del rilievo che Silla aveva interesse a dare a questo particolare aspetto (Gabba 1957). In tal modo Silla aveva sufficienti elementi per far credere agli altri, ma soprattutto ai suoi soldati, di avere un contatto privilegiato con la divinità, la quale proteggeva il suo pupillo e lo conduceva attraverso una strada segnata solo da successi. Il morale delle truppe veniva accresciuto dalla credenza, poi divenuta convinzione, che il loro generale avesse un talento particolare per vincere ogni battaglia, dovuto proprio a questo legame soprannaturale con la divinità (Balsdon 1951). Il risultato fu che il generale insieme al suo esercito riuscì a superare ogni ostacolo fino a diventare signore della res publica. Se Silla fece effettivamente credere questo alle sue truppe durante gli anni delle guerre civili, avrà continuato a farlo una volta riportata la pace e dato inizio alla propria dittatura, se non altro per un atteggiamento di coerenza. Anche nelle truppe si era diffusa una sorta di devozione nei confronti della Fortuna, derivato dall’esempio del loro generale, che del resto, guidato dalla divinità, aveva permesso loro di raggiungere posizioni privilegiate all’interno della società e di arricchirsi con i bottini di guerra e con le confische. Per continuare a dare di sé l’immagine di un generale devoto e protetto dalla Fortuna, Silla favorì la sistemazione dei propri veterani in luoghi in cui era presente tale culto. Una di queste zone era l’ager Gallicus, come suggerito da vari indizi che ne testimoniano la diffusione in varie località: prima di tutto il fanum della Fortuna che darà il nome alla colonia di Fanum Fortunae; poi il lucus Pisaurensis, dove la più che probabile presenza della Fortuna sembra supposta dall’attestazione della divinità gemella, Mater Matuta (Coarelli 1988); a queste si possono aggiungere molti centri situati lungo il percorso della via Flaminia (Cresci Marrone, Mennella 1984; Cenerini 1995); e in particolare Candelara, dove è stato rinvenuto un cippo troncoconico, simile a quelli del lucus Pisaurensis, sul quale è incisa una dedica a Fortuna Respiciens (Cresci Marrone, Mennella 1984b, dove è proposta una datazione alla tarda età repubblicana, ma ultimamente Coarelli 2000 la colloca negli ultimi decenni del II secolo a.C. Questa epigrafe, per la quale sono state proposte due datazioni con scarto di parecchi anni tra loro, è indicativa della difficoltà che incontrano gli studiosi a datare tali documenti. Ma ciò non porta ostacolo al nostro ragionamento. Infatti, dato per assodato che il culto della Fortuna era già presente nel territorio prima dell’immissione dei veterani sillani, come attestano il lucus Pisaurensis, il fanum della Fortuna e il ciottolo della sors, le altre iscrizioni possono essere state testimonianza della ulteriore diffusione del culto proprio a seguito della presenza in zona di veterani sillani devoti alla Fortuna).

         Visto a sé il caso dell’ager Gallicus potrebbe essere un unicum e quindi essere dovuto solo ad una serie di circostanze casuali. Certo più credibile sarebbe la teoria qui prospettata se si potesse individuare un altro luogo con le stesse caratteristiche e che ha subito le medesime conseguenze in seguito alla vittoria di Silla; in questo modo si potrebbe considerare il comportamento tenuto dal dittatore nei confronti dell’ager Gallicus all’interno di una linea di condotta coerente che aveva coinvolto anche altre zone, e non solo il frutto di casualità. Si dovrebbe cercare una città o un territorio che ha patito delle devastazioni ad opera sillana, che è stato successivamente oggetto di una rifondazione coloniaria o di distribuzione di terre a veterani sillani e che presenta un culto della Fortuna. Ed in effetti un luogo che risponde a queste caratteristiche c’è: si tratta della città di Praeneste. Essa è stata innanzitutto punita da Silla nell’82 a.C. con il massacro della popolazione e con saccheggi (App., b.c., I 94; Flor., III 21, 27; Strabo, V 3, 11) per essersi schierata coi mariani e aver dato loro rifugio; a questa fase è seguita la deduzione di una colonia come è ricordato dalle fonti letterarie (Cic., de lege agr., II 28, 78 ; Strabo, V 3, 11 ; Flor., II 9, 28 ; v. anche Cic., Cat., I 3, 8) e dagli storici moderni (Gabba 1951 = Gabba 1973); per quanto riguarda il culto della Fortuna, Praeneste, come è noto, è sede di un grande tempio dedicato a questa dea (Fasolo, Gullini 1953; Lugli 1954; Gullini 1973; Coarelli 1978). Il complesso inferiore del santuario, proprio in età sillana, fu sottoposto ad un’opera di abbellimento, di ampliamento e modifica delle strutture più antiche (Plin., Nat. Hist., XXXVI 189: lithostrota coeptavere iam sub Silla parvolis certe crustas; extat hodieque quod in Fortunae delubro Praeneste fecit. Per un’esegesi del passo v. Gullini 1973, che vede nell’ex voto costituito da due mosaici il segno della pietas di Silla nei confronti della Fortuna; sulla ricostruzione del santuario inferiore grazie all’intervento dei coloni sillani v. Gullini 1973; contra: Lugli 1954 che lo considera costruito interamente in età sillana).

         Dunque l’atteggiamento tenuto da Silla in due luoghi non contigui come l’ager Gallicus e Praeneste permette di istituire un parallelo tra i due siti. Ma c’è di più: il nesso tra le due zone è reso ancora più stretto per la presenza, attestata epigraficamente, di Marco Terenzio Varrone Lucullo, luogotenente di Silla, in entrambi i luoghi (Sensi 1992). Costui, nel giro di pochi anni, si preoccupò di distribuire terre nell’ager Gallicus, come attestato dal cippo graccano e di partecipare ai lavori di ricostruzione del complesso inferiore del tempio della Fortuna a Praeneste (Fasolo, Gullini 1953; Vaglieri 1907). Pertanto esiste una prova sicura dell’attività di un personaggio dell’entourage di Silla in due diversi luoghi di culto della Fortuna. L’interesse per questo culto coinvolse anche altri membri della stretta cerchia sillana: è il caso di un altro luogotenente del dittatore, Lucio Licinio Lucullo (Van Ooteghem 1959), che commissionò ad Arcesilao una statua della dea Fortuna/ Felicitas. L’opera  non fu mai realizzata per la morte di entrambi: (Plin., Nat. Hist., XXXV 156: eidem (scil. Arcesilaus) a Lucullo HS / X / signum Felicitatis locatum, cui mors utriusque inviderit; Castagnetti 1996).

         In conclusione emerge l’idea di un particolare interesse di alcuni membri della più stretta cerchia sillana nei confronti della dea Fortuna; questa devozione fu incoraggiata dallo stesso Silla per i motivi suddetti e si diffuse anche negli strati inferiori dell’esercito. Oltre la teoria del Mommsen,  basata sul cippo graccano, si avrebbe così un altro elemento a sostegno della distribuzione delle terre nell’ager Gallicus ai veterani sillani.

     

    (estratto da M. Montanari, I Romani nell’area medioadriatica,

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    G. PACI, Mantissa epigrafica ventidiana, in AA. VV., Miscellanea di studi marchigiani in onore di Febo Allevi, a cura di G. PACI, Agugliano 1987, 447-452.

     

    Paci 1993

    G. PACI, Fasti cuprensi ed origine della città romana di Cupra Maritima, in ID. (a cura di), Cupra Marittima e il suo territorio in età antica. (Atti del Convegno di studi. Cupra Marittima, 3 maggio 1992), Tivoli 1993 (= “Picus”, Suppl. II), 71-82.

     

    Paribeni 1942

    R. PARIBENI, La gens Pompeia e il Piceno, in “Att. Mem. Deput. Stor. Patr. Marche”, s. V, v. V, 1942, 83-89.

     

    Plutarco. Le vite di Lisandro e Silla 1997

    Plutarco. Le vite di Lisandro e di Silla, a cura di M. G. ANGELI BERTINELLI, M. MANFREDINI, L. PICCIRILLI e G. PISANI, Milano 1997.

     

    Polverini 1987

    L. POLVERINI, Fermo in età romana, in AA. VV., Firmum Picenum, Pisa 1987, 23-75.

     

    Prete 1983

    S. PRETE, Il cippo graccano, in F. BATTISTELLI, A. DELI, Immagine di Fano Romana, Fano 1983, 25-29.

     

    Sensi 1992

    L. SENSI, L’area archeologica di Sant’Agostino a Fano, in AA. VV., Fano Romana, Fano 1992, 221-240.

     

    Syme 1964

    SYME R., Senators, ribes and Towns, in “Historia” XIII, 1964, 105-125 ora in ID., (E. BADIAN ed.), Roman Papers II, Oxford 1979.

     

    Vaglieri 1907

    D. VAGLIERI, NS, 1907, 293-295.

     

    Valgiglio 1956

    E. VALGIGLIO, Silla e la crisi repubblicana, Firenze 1956.

     

    Van Ooteghem 1954

    J. S. J. VAN OOTEGHEM, Pompèe le Grand, batisseur d’empire, Bruxelles 1954.

     

    Van Ooteghem 1959

    J. VAN OOTEGHEM, Lucius Licinius Lucullus, Bruxelles 1959.

     

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